C’era chi tratteneva le lacrime. Chi sorrideva a una frase riconoscendosi. Chi ascoltava in silenzio, con lo sguardo perso in un ricordo lontano cinquant’anni. La serata del 4 giugno alla Maison des Associations di Ginevra, organizzata dal Fogolâr furlan di Ginevra con il sostegno della Zampa Foundation, è stata molto più di una presentazione libraria: è stata un atto collettivo di memoria.
Il libro al centro della serata è La faglia dentro. Cosa resta del 6 maggio 1976, edito da Biblioteca dell’Immagine, scritto dallo storico e giornalista Walter Tomada – nato a Udine nel 1972, docente di materie letterarie, autore tra l’altro del fortunatissimo Storia del Friuli e dei Friulani – e dedicato al cinquantesimo anniversario del terremoto che sconvolse il Friuli centrale alle 21.06 del 6 maggio 1976: 59 secondi di magnitudo 6,5 che uccisero 990 persone, ferirono 2.607, e lasciarono 100 mila senzatetto. L’evento era il secondo di un ciclo di quattro appuntamenti culturali che il Fogolâr proporrà nel corso del 2026 grazie al sostegno della Zampa Foundation, dedicati alla cultura e all’identità friulana.
A condurre l’incontro è stato Gino Driussi, giornalista nato a Udine e residente in Svizzera fin dall’infanzia, per oltre trent’anni volto della RSI e collaboratore di diverse testate della Svizzera italiana. Il filo del suo dialogo con Tomada ha ripercorso il libro con rigore e partecipazione: i primi soccorsi e la straordinaria solidarietà internazionale, con i Fogolârs in prima linea, e persino il vicepresidente americano Nelson Rockefeller che una settimana dopo il sisma arrivò con 21 milioni di dollari di aiuti; la figura di Giuseppe Zamberletti, commissario straordinario dal 7 maggio, la vita nelle tendopoli, le demolizioni traumatiche di 4.562 edifici irrecuperabili, le tensioni politiche e la grande manifestazione di Trieste del 16 luglio, la contestazione ad Andreotti a Gemona il 3-4 settembre, fino al «modello Friuli» di ricostruzione dal basso che divenne esempio per il mondo.
Ciò che ha reso la serata particolarmente viva è stato però il modo in cui Tomada ha portato il Friuli in quella sala ginevrina: con immagini, aneddoti, modi di dire, frasi in friulano. Ogni passaggio del libro è diventato una finestra su una scena concreta – il boato che sembrò non finire mai, i mesi nelle tende, l’arcivescovo Alfredo Battisti che restò fuori dalla caserma Goi di Gemona con la gente anziché partecipare all’incontro istituzionale con Andreotti, i preti della Glesie furlane che pubblicarono il documento «Ai furlans che a crodin» rivendicando non elemosina ma diritti uguali a quelli degli altri italiani. E ancora lo slogan «Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese» – coraggioso in bocca a una curia cattolica – e la «Corsa del Friuli» del 2 giugno 1976, quando sul circuito di Varano de’ Melegari scesero in pista Niki Lauda, Clay Regazzoni, Emerson Fittipaldi, Jody Scheckter e il motociclista Giacomo Agostini, raccogliendo 42 milioni di lire destinati alla costruzione di una scuola materna a Vedronza di Lusevera. Quella ricchezza di dettagli autentici – vita vissuta trasformata in narrazione storica – ha tenuto il pubblico agganciato per tutta la durata dell’incontro.
Non è un caso che la serata si sia tenuta a Ginevra. Tomada ha ricordato come, subito dopo il terremoto, i friulani emigrati in Svizzera fossero stati tra i protagonisti della solidarietà: segnatamente il Fogolâr furlan di Ginevra (grazie in particolare a Renato Venturini) e quello del Canton Ticino si recarono subito sul posto con aiuti e per dare una mano. Alcuni mesi dopo, la Comunità friulana della Svizzera avviò una grande raccolta fondi grazie a un’antologia poetica – L’Orculat – tradotta in tutte le lingue del Paese. Gino Driussi stesso, che aveva appena sette anni quando la sua famiglia lasciò Udine nel 1958, è stato nei decenni successivi uno dei costruttori di quel «ponte» solidale tra i friulani di Svizzera e la terra d’origine.
La domanda finale di Driussi era anche quella del titolo del libro: cosa resta, oggi, del 6 maggio 1976? La risposta di Tomada è arrivata senza esitazioni: l’orgoglio. L’orgoglio di un popolo che ha saputo rialzarsi senza aspettare che qualcuno decidesse per lui, che ha ricostruito «fasin di bessoi» (facciamo da soli) non per chiudersi all’esterno, ma per riappropriarsi del proprio destino. Una risposta che la sala ha accolto in silenzio, come si accoglie qualcosa di vero.
Anche per chi quella sera era seduto lontano dal Friuli, a Ginevra, la faglia è ancora lì. Dentro.
A. Trevisan












