Gli italiani all’estero sotto attacco sulla Legge elettorale e diritto di voto all’estero

Ancora una volta gli italiani residenti all’estero si trovano al centro di un dibattito che riguarda direttamente i loro diritti costituzionali. E, ancora una volta, emerge la sensazione che milioni di connazionali vengano considerati cittadini inferiori, ai quali si riconoscono formalmente gli stessi diritti dei residenti in Italia, ma che nella pratica continuano a essere oggetto di limitazioni, diffidenze e discriminazioni.

Il tema riguarda la riforma della legge elettorale per la Circoscrizione Estero e, più in generale, il sistema di rappresentanza delle comunità italiane nel mondo. Un sistema che coinvolge i Comitati degli Italiani all’Estero (Com.It.Es.), il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE) e i dodici parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero (8 alla Camera e 4 al Senato), organismi istituiti proprio per garantire un collegamento stabile tra lo Stato italiano e le sue comunità oltre confine.

Da anni si parla della necessità di riformare il voto all’estero. È un’esigenza reale, soprattutto alla luce delle criticità emerse nelle ultime consultazioni elettorali, che hanno evidenziato episodi di irregolarità, problemi organizzativi e vulnerabilità del sistema del voto per corrispondenza. Nessuno mette in discussione la necessità di rendere le procedure più sicure, trasparenti e affidabili. Il problema nasce quando, con il pretesto della sicurezza, si rischia di comprimere un diritto costituzionalmente garantito.

I parlamentari dell’opposizione eletti nella Circoscrizione Estero stanno conducendo una battaglia all’interno della Commissione Affari Costituzionali della Camera affinché qualsiasi riforma mantenga saldo il principio della piena uguaglianza tra tutti i cittadini italiani, indipendentemente dal luogo in cui risiedono. Tuttavia, il percorso legislativo procede con estrema lentezza e il confronto politico lascia intravedere profonde divergenze. Da una parte vi è chi sostiene la necessità di rafforzare i controlli; dall’altra chi teme che alcune modifiche possano trasformarsi in strumenti capaci di limitare la partecipazione elettorale degli italiani all’estero.

A mio giudizio, la questione dovrebbe essere affrontata partendo da un principio molto semplice: la sicurezza del voto e il diritto al voto non sono valori alternativi, ma devono convivere. Rafforzare uno non può significare indebolire l’altro.

È quindi auspicabile introdurre anche strumenti tecnologici moderni, procedure di verifica più rigorose, sistemi di tracciabilità del materiale elettorale e controlli più efficaci lungo l’intero iter del voto: dalla stampa delle schede, che dovrebbero essere stampate tutte esclusivamente in Italia dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, fino alle operazioni di scrutinio finale.
Ogni intervento volto a rafforzare la sicurezza e la trasparenza del sistema è certamente condivisibile, purché non trasformi il voto degli italiani all’estero in un percorso a ostacoli o, peggio ancora, in un diritto esercitabile solo da una parte degli aventi diritto.

A questo proposito, non posso non richiamare la becera e discutibile scelta dell’opzione inversa, introdotta per le elezioni dei Com.It.Es., che obbliga gli elettori a manifestare preventivamente la volontà di votare. Un meccanismo che, nei fatti, ha determinato un drastico calo della partecipazione elettorale, trasformando un diritto costituzionale in un adempimento burocratico aggiuntivo e limitando la rappresentatività degli organismi eletti.

Su questo e altri punti si concentrano molte delle osservazioni avanzate dalle opposizioni. Una delle principali preoccupazioni riguarda l’ampia delega che potrebbe essere attribuita al Governo nella definizione delle modalità di voto. Secondo numerosi osservatori, il Parlamento dovrebbe invece indicare con precisione principi e limiti della riforma, evitando interpretazioni future che possano modificare in maniera sostanziale il sistema elettorale senza un adeguato dibattito democratico.

Ciò che lascia maggiormente perplessi è però il clima di diffidenza che troppo spesso accompagna il dibattito sul voto all’estero. Ogni volta che si affronta questo tema sembra quasi che milioni di italiani residenti fuori dai confini nazionali debbano continuamente dimostrare di meritare gli stessi diritti dei connazionali che vivono in Italia. Una presunzione che appare ingiusta e profondamente offensiva.

Gli italiani all’estero non hanno mai interrotto il proprio legame con il Paese. Al contrario, rappresentano una straordinaria risorsa economica, culturale, sociale e diplomatica. Sono ambasciatori naturali dell’Italia nel mondo, promotori della lingua italiana, della cultura, del Made in Italy, delle nostre imprese e delle nostre eccellenze. Grazie alla loro presenza vengono costruiti ogni giorno rapporti economici, commerciali e istituzionali che contribuiscono alla crescita del nostro Paese.

Eppure, quando si tratta di riconoscere pienamente i loro diritti, troppo spesso prevale una visione miope.

Secondo i dati più recenti, gli iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) hanno ormai raggiunto quasi i sette milioni e mezzo. È una cifra impressionante, che continua ad aumentare anno dopo anno. Non si tratta più soltanto dei discendenti delle grandi migrazioni del Novecento, ma sempre più frequentemente di giovani laureati, professionisti, ricercatori, imprenditori e lavoratori qualificati che lasciano l’Italia per mancanza di opportunità adeguate.

È forse questo il dato più preoccupante. L’emigrazione italiana non appartiene soltanto alla nostra storia: continua a essere una realtà del presente.

Di fronte a questo fenomeno, la politica dovrebbe interrogarsi sulle cause che spingono centinaia di migliaia di cittadini a cercare altrove opportunità professionali, economiche e personali. Invece, troppo spesso il dibattito si concentra esclusivamente sulle modalità con cui questi cittadini potranno votare, dimenticando che la vera priorità dovrebbe essere creare le condizioni affinché partire non rappresenti una necessità.

Ancora più paradossale è il fatto che lo Stato italiano continui a beneficiare in misura significativa del contributo economico degli italiani all’estero. Il cosiddetto turismo di ritorno genera ogni anno miliardi di euro per l’economia nazionale. Gli emigrati promuovono e acquistano prodotti italiani, favoriscono le esportazioni, investono nelle proprie città di origine, mantengono immobili in Italia pagando regolarmente imposte e contribuiscono a diffondere nel mondo un’immagine positiva del nostro Paese.

A tutto questo si aggiunge un valore difficilmente quantificabile: quello degli affetti, delle relazioni familiari, delle tradizioni tramandate di generazione in generazione e del senso di appartenenza che continua a legare milioni di italiani alla propria terra d’origine.

Per queste ragioni sorprende che, anziché valorizzare questo patrimonio umano, si continui a discutere di limitazioni e restrizioni. Una riforma della legge elettorale è certamente necessaria, ma deve nascere con un obiettivo chiaro: rafforzare la democrazia, non restringerla.

Gli italiani all’estero non chiedono privilegi. Chiedono semplicemente rispetto, ascolto e il pieno riconoscimento dei loro diritti. Chiedono di poter continuare a partecipare alla vita democratica del Paese senza essere considerati un problema da gestire, ma una risorsa da valorizzare.

Continuare a ignorare il loro contributo e a mettere in discussione la loro rappresentanza significa indebolire non soltanto le comunità italiane nel mondo, ma l’Italia stessa. Perché una Nazione che dimentica milioni dei suoi cittadini rischia di impoverire la propria identità, la propria credibilità e il proprio futuro.

Carmelo Vaccaro

Avec l'appui de la Ville de Genève ( Département de la Cohésion Sociale et de la solidarieté)

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