Per comprendere davvero il percorso degli italiani emigrati nel mondo non basta limitarsi ai numeri o alle statistiche: occorre entrare nelle storie, nelle vite, nei sacrifici. Certo, oggi possiamo leggere libri, consultare archivi digitali o navigare tra le infinite mappe del web; ma dietro ogni dato c’è una famiglia, una scelta difficile, una partenza spesso carica di speranza e dolore allo stesso tempo.
Tra le mete principali dell’emigrazione italiana del secondo dopoguerra, la Svizzera ha rappresentato, e rappresenta tuttora, uno dei punti di riferimento più importanti. Dopo la Germania, è la seconda destinazione per numero di italiani emigrati, un Paese vicino geograficamente ma, per molti, inizialmente lontano per lingua, cultura e condizioni di vita.
Oggi la comunità italiana in Svizzera è la più numerosa tra quelle straniere: circa 660’320 persone iscritte all’AIRE alla fine del 2024, di cui una parte significativa composta da italo-svizzeri. Numeri che raccontano una presenza solida, radicata, costruita nel tempo. Negli ultimi trent’anni, non si erano mai registrati livelli così elevati di nuove immigrazioni dalla Penisola verso la Confederazione.
Nel 2023, quasi 20’000 italiani hanno scelto di trasferirsi in Svizzera. Anche se negli anni successivi si è osservato un leggero rallentamento, la comunità italiana resta una delle più vitali e significative all’estero. I nuovi arrivati sono spesso giovani qualificati, portatori di competenze, ambizioni e visioni europee, oppure persone che raggiungono la compagna o il compagno.
Eppure, se guardiamo al passato, emerge una differenza profonda: non solo nelle condizioni materiali, ma soprattutto nei valori e nei modelli di aggregazione o di integrazione. Per oltre un secolo e mezzo, gli italiani nel mondo hanno costruito comunità forti attraverso l’associazionismo: circoli regionali, gruppi culturali e ricreativi. Questi luoghi non erano solo spazi di incontro, ma veri e propri presìdi di identità, solidarietà e dignità.
Oggi, invece, le nuove generazioni tendono a organizzarsi in forme più fluide, meno strutturate, spesso digitali e meno visibili. Questo cambiamento, se da un lato riflette l’evoluzione della società, dall’altro pone interrogativi sul futuro della memoria collettiva e sul ricambio generazionale nelle associazioni tradizionali. Senza memoria, infatti, si rischia di perdere il senso profondo del percorso compiuto.
È fondamentale fermarsi e riflettere sull’evoluzione dell’emigrazione per comprendere quanto sia stato determinante il ruolo delle associazioni italiane. Esse hanno rappresentato una rete di protezione, un ponte tra passato e futuro, un luogo in cui si coltivavano valori fondamentali come la solidarietà, il rispetto, il lavoro e la dignità umana. Grazie al loro impegno, molti diritti oggi considerati acquisiti sono stati conquistati con fatica e perseveranza.
Non bisogna dimenticare che l’emigrazione italiana è stata segnata anche da momenti bui. Gli italiani hanno conosciuto il peso del pregiudizio, della discriminazione e del razzismo: dalle scritte “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani” in Belgio agli appellativi dispregiativi diffusi in altri Paesi. In Francia, ad esempio, il termine ritals, insieme al più noto macaronis, veniva utilizzato in senso offensivo per indicare gli immigrati italiani (così come rosbifs per gli inglesi, ricains per gli americani, espingouins per gli spagnoli o rebeu per gli arabi).
Negli anni ’70, la figura di James Schwarzenbach incarnò una stagione politica difficile, segnata da iniziative contro la presenza straniera, che colpivano in particolare gli italiani. All’epoca, molti lavoratori erano stagionali, privi di diritti fondamentali come il ricongiungimento familiare. Dietro la crescita economica si nascondevano storie di sacrifici silenziosi: genitori separati dai figli, famiglie divise, bambini costretti a vivere nell’ombra o lontano dai propri affetti.
Eppure, proprio in queste difficoltà si è forgiata la forza della comunità italiana. Una forza fatta di resilienza, di capacità di adattamento, ma anche di orgoglio e senso di appartenenza. Gli italiani non si sono limitati a lavorare: hanno costruito, lottato, partecipato, contribuendo attivamente allo sviluppo economico e sociale dei Paesi che li hanno accolti.
Oggi molti diritti e opportunità sembrano naturali, quasi scontati. Ma sono il risultato di anni di sacrifici, di battaglie civili, di impegno collettivo. Dietro ogni conquista c’è il volto di chi ha creduto in un futuro migliore, non solo per sé, ma per le generazioni successive.
Per questo motivo, l’Italia e gli italiani nel mondo dovrebbero coltivare una memoria viva e consapevole. Rendere omaggio a chi è partito non è solo un atto simbolico, ma un dovere morale. Significa riconoscere il valore di milioni di donne e uomini che hanno lasciato tutto, affetti, terra, identità, per costruire nuove possibilità. Alcuni non sono mai tornati, altri hanno vissuto tra due mondi, portando dentro di sé una doppia appartenenza.
Il rispetto verso queste storie deve tradursi in impegno, in educazione, in trasmissione dei valori. Valori come la solidarietà, la dignità del lavoro, il senso della comunità, l’importanza delle radici e, allo stesso tempo, l’apertura verso il mondo.
In questo contesto si inserisce anche l’azione della SAIG che, pur nel suo piccolo, ha voluto lasciare un segno concreto nella memoria collettiva. La realizzazione di cinque monumenti dedicati all’emigrazione italiana in altrettanti comuni del Cantone di Ginevra rappresenta un gesto simbolico ma profondamente significativo. Non si tratta solo di pietra o metallo, ma di memoria viva, di riconoscimento, di gratitudine.
Quei monumenti parlano alle nuove generazioni. Raccontano una storia fatta di sacrifici, ma anche di speranza. Ricordano che il benessere di oggi affonda le sue radici nel coraggio di ieri.
E forse è proprio questo il messaggio più importante: cambiano i tempi, cambiano le forme dell’emigrazione, ma i valori fondamentali restano. Sta a noi custodirli, viverli e trasmetterli.
Carmelo Vaccaro











