domenica, Febbraio 1, 2026

“Hai prof di sinistra? Segnalalo in questo questionario”

“Non pensavo di intervenire, ma forse è opportuno chiarire alcuni punti.
Sono un insegnante del Liceo “Leopardi-Majorana” di Pordenone, insegno da 35 anni. Quando mi è stata segnalata la presenza del manifesto e del sondaggio, ho riferito il fatto alla mia dirigente scolastica e ho informato il Prefetto tramite PEC.

Non sono iscritto a nessun partito, ma credo nella necessità di una distribuzione più equa delle ricchezze, nella tutela delle classi più deboli e nel bisogno che lo Stato ponga limiti all’iniziativa privata quando questa diventa predatoria, per proteggere il lavoro dei giovani e il risparmio delle risorse.”

Con queste parole inizia la denuncia del professor Paolo Venti, che ha innescato la polemica al liceo Leopardi-Majorana di Pordenone, in Friuli, sul caso del questionario promosso da Azione Studentesca. Un episodio che riporta al centro del dibattito pubblico il confine delicato tra scuola e politica. Se ne parla ancora poco, ma forse sarebbe necessario un confronto aperto e strutturato per chiarire i limiti della dialettica politica negli ambienti educativi.

Il manifesto di Azione Studentesca, gruppo affiliato e dichiaratamente di destra, invita gli studenti a segnalare docenti che farebbero “propaganda politica” in classe. La vicenda di Pordenone, però, non sembra essere un caso isolato. In un video diventato virale sui social, il professor Giorgio Peloso Zantafoni, insegnante di lettere in un liceo del Veneziano, ha affermato che episodi analoghi si sarebbero verificati anche a Cuneo, Alba e Palermo, facendo suonare un campanello d’allarme a livello nazionale.

L’iniziativa, diffusa tramite volantini davanti ad alcuni istituti scolastici e veicolata da un QR code, ha suscitato forti reazioni politiche, sindacali e civili, fino a trasformarsi in un caso nazionale. In gioco c’è uno dei nervi più sensibili della democrazia: la libertà di insegnamento. Invitare gli studenti a “segnalare insegnanti di sinistra” accusati di propaganda politica, chiedendo persino esempi tratti dalle lezioni, non appare a molti come una semplice raccolta di segnalazioni, ma come una vera e propria schedatura ideologica, che richiama pratiche storicamente associate a regimi autoritari.

La vicenda riporta al centro l’articolo 33 della Costituzione italiana, che sancisce la libertà di insegnamento come pilastro della scuola pubblica. Tale libertà non equivale alla propaganda politica, bensì al diritto-dovere del docente di stimolare il pensiero critico, fornire strumenti di interpretazione e affrontare la realtà anche nei suoi aspetti più complessi e conflittuali.

Il tema della politicizzazione della scuola non è inventato e merita di essere affrontato con serietà. Tuttavia, molti critici sottolineano come il metodo scelto da Azione Studentesca sia non solo inefficace, ma potenzialmente pericoloso: sposta il confronto dal comportamento professionale al profilo ideologico, trasformando l’aula in un luogo di controllo e sospetto reciproco.

In questo senso, la questione non riguarda soltanto insegnanti “di sinistra”, ma il modello di scuola che si intende costruire: uno spazio di confronto libero e pluralista o un ambiente sorvegliato, dove l’espressione di un’opinione diventa un rischio.

È inevitabile che casi come questo rivelino una frattura che va oltre la scuola. Il questionario è lo specchio di una divisione più ampia nella società italiana, dove la sfiducia nelle istituzioni e la radicalizzazione del discorso politico alimentano logiche di denuncia e contrapposizione. La scuola, al contrario, dovrebbe restare uno degli ultimi luoghi di mediazione, complessità e dialogo.

Difendere la libertà di insegnamento non significa negare i problemi, ma riconoscere che le soluzioni non possono passare attraverso liste, etichette o campagne ideologiche. In gioco non c’è solo il ruolo dei docenti, ma la qualità stessa della democrazia.

Resta inoltre il paradosso che fatti simili avvengano in città come Pordenone o Cuneo, territori che durante l’ultimo conflitto mondiale hanno pagato un prezzo altissimo proprio a causa di ideologie fondate sulla delazione e sull’esclusione. Una memoria storica che rischia di sbiadire, nonostante sia stata scritta con il sacrificio di tanti giovani, vittime di visioni folli e disumanizzanti del mondo.

Non esistono razze ariane. Esiste un mondo distrutto e ricostruito più volte dalle guerre, frutto della furia distruttiva dell’essere umano, una memoria che viene spesso ignorata per un unico motivo: imporre la propria visione del futuro a miliardi di persone. Dovremmo ricordare sempre che siamo uomini, non Dio.

Quando leggo vicende come questa, mi torna alla mente una frase del Presidente della Repubblica Sandro Pertini:
“Io combatto la tua idea, che è contraria alla mia, ma sono pronto a battermi al prezzo della mia vita perché tu possa esprimerla sempre liberamente.”

Carmelo Vaccaro

Avec l'appui de la Ville de Genève ( Département de la Cohésion Sociale et de la solidarieté)

Elleti all'estero

On. Simone Billi
On. Toni Ricciardi
On. Federica Onori
Sen. Andrea Crisanti

Partner

Related Articles

Categorie popolari